Se nel dibattito medico, il tema della cannabis terapeutica sta sempre più trovando la propria dignità scientifica, così non si può affermare nell’ambito delle scienze psicologiche-psichiatriche. Sebbene la psichiatria nasce dal discorso scientifico e quindi ne segue i prìncipì; la ricerca, per decenni ha considerato la cannabis solo come fattore implicato nella genesi dei disturbi mentali. Tale tendenza è ancora più evidente se si considera anche l’aspetto divulgativo e la comunicazione di massa sull’argomento. Tuttavia, all’interno di tale panorama stanno emergendo ricerche che sembrano andare in controtendenza ed eleggere la cannabis come trattamento per affezioni psichiche.

Per poter fare maggior chiarezza su questo tema è necessario partire da questi due fatti scientifici:

  1. I fiori femminili della pianta di cannabis (che trovano utilizzo medico ma anche ricreativo) contengono più di 480 principi attivi differenti. Risale al 1964 la scoperta da parte del medico israeliano R. Mechoulam del THC, riconosciuto dalla comunità scientifica come l’unico principio psicoattivo della cannabis. Successivamente vengono isolati il CBD, il CBG, il CBN, il CBC, il THCV, il THCa, il CBGa, il CBNa ecc per un totale di 84 distinti cannabinoidi. Conseguenza diretta di queste scoperte è quello che viene definito EFFETTO ENTOURAGE, descritta nel 1998, come il meccanismo per il quale i cannabinoidi e gli altri componenti (terpenoidi, flavonoidi ecc.) della cannabis lavorano insieme sinergicamente producendo effetti sull’organismo e sulla psiche in maniera differente a seconda della dose dei differenti composti presenti nelle differenti qualità di cannabis e delle interazioni chimiche tra loro (esistono infatti innumerevoli ibridi di piante di cannabis, selezionate ed incrociate attraverso le tecniche scoperte da Mendel). Gli autori, Wagner e Ulrich-Mertsenih, definiscono quattro meccanismi di base della sinergia della pianta:
    1. Capacità di influenzare diversi siti del corpo.
    2. Capacità di migliorare l’assorbimento dei principi attivi.
    3. Capacità di superare i meccanismi di difesa dei batteri.
    4. Capacità di minimizzare gli effetti collaterali indesiderati.
  2. Dal 1992 ad oggi si susseguono una serie di  scoperte che portano all’identificazione di una complessa rete di modulazione cellulare costituita da recettori: il SISTEMA ENDOCANNABINOIDE. Ne sono stati identificati almeno due: CB1 e CB2. I primi nel cervello (corteccia, nucleo caudato, putamen, gangli della base, ipotalamo, ippocampo, amigdala, midollo spinale), nei polmoni, nel sistema gastrointestinale, in quello vascolare, nei muscoli e nel sistema riproduttivo e i secondi nella pelle, nella milza e nelle ossa e nelle cellule delle glia del cervello. Entrambe sono co-presenti nel pancreas, nel fegato e nel midollo osseo. I legandi endogeni sono l’anandamide e il 2-AG, quelli invece esogeni sono i numerosi fitocannabinoidi presenti nella cannabis. l THC, per esempio, ha una funzione mimetica dell’anandamide, la molecola della gioia (ananda, dal sanscrito gioia, beatitudine, felicità); in altri termini il THC lega sul medesimo recettore dell’anandamide, producendo effetti molto simili (euforia, riso incontrollato, rilassamento, benessere generalizzato).Schermata 2016-02-09 alle 15.59.38

Queste premesse aiutano così a svincolarsi dell’idea di cannabis come di sostanza unitaria e aiutano a comprendere la sostanza nella sua complessità chimica e i siti biologici entro i quali tale complessità agisce.

CANNABIS E PSICOPATOLOGIA

Se consideriamo la “sostanza cannabis” come un’insieme di componenti chimici che agiscono sul sistema nervoso , possiamo adottare la prospettiva che permette di osservare questo complesso di sostanze come un farmaco (all’etimologia greca della parola phàrmakon), ossia nella sua duplice accezione di medicamento e veleno.

E’ evidente, da un punto di vista sia clinico che esperienziale, che la cannabis è associata a disturbi della sfera psichica. Consumatori abituali ed occasionali sono andati incontro ad effetti collaterali a breve termine (della durata dell’intossicazione), facendo così emergere l’aspetto velenoso della sostanza stessa.

Ad oggi, le ricerche condotte sino ad ora in abito psichiatrico hanno messo in relazione l’uso e/o l’abuso di cannabis ai seguenti disturbi della sfera psichica: depressioneesordio psicoticoansiaattacchi di panico, schizofrenia, abbassamento del QI, sindrome amotivazionale. Tuttavia le conclusioni a cui i ricercatori sono arrivati non sono uniformi. Ulteriori studi hanno individuati i limiti di tali ricerche:

  • l’aver considerato la cannabis come sostanza unica, al massimo considerata nella sua forma di assunzione (hashish, marijuana, olio di cannabis ecc), senza un’accurata analisi biochimica delle sostanze presenti nel fiore o nella resina consumate;
  • l’aver misconosciuto le modalità di assunzione e l’associazione della sostanza con altre sostanze psicoattive. Il metodi di assunzione più diffuso è quello sotto forma di sigarette, che prevede l’associazione della cannabis con il tabacco.

Tuttavia, a seguito della liberalizzazione a scopo ricreativo e terapeutico della Cannabis in alcuni stati degli USA, hanno permesso di strutturare modelli di ricerca sempre più precisi, al fine di identificare il potere dei componenti della cannabis, anche nella cura di affezioni psichiatriche (ne è un esempio il lavoro di Suzanne Sisley, in Colorado, con pazienti con Disturbo Post-Traumatico da Stress).

Lo scenario non è dunque univoco, anche se ci permette di trarre delle conclusioni utili per i consumatori e per gli operatori della salute mentale.

  • il regime di illegalità non permette di conoscere la composizione dei cannabinoidi all’interno dei prodotti venduti illegalmente e alimenta il commercio di ibridi di cannabis con alto contenuto di THC, quindi altamente psicoattivi.
  • La psicoattività della sostanza va messa in relazione alla suscettibilità individuale: soffrire di disturbi psichiatrici o avere persone nella propria famiglia con disturbi psichiatrici aumenta la possibilità che l’uso, anche occasionale, faccia emergere sintomi psichiatrici.
  • La condizione psichica del consumatore prima dell’assunzione determinerà gli effetti che si incontreranno durante l’utilizzo della sostanza. Ne consegue che avere un umore deflesso, o pensieri paranoidei, o uno stato di ansia (anche inconscia), possano essere amplificati dalla stessa sostanza.
  • L’uso della sostanza va messa in relazione alla modalità di assunzione: sembra che ci sia maggiore correlazione tra uso di tabacco + cannabis e sintomi psicotici che il semplice cannabis e sintomi psicotici. L’assunzione di alcol e cannabis può dare luogo a sintomi dissociativi, pericolosi per sé e per gli altri. L’assunzione orale si traduce in effetti quantitativamente maggiori, con una durata doppia rispetto all’assunzione per via orale.
  • Gli effetti sono dose-dipendenti: tuttavia non vi è una relazione diretta, dipendono dai cannabinoidi coinvolti.
  • L’automedicamento per mantenere un equilibrio psichico, dovrebbe essere discussa con il proprio medico curante, poiché, alla luce del Dl Lorenzin del dicembre 2015, la cannabis terapeutica può essere prescritta per patologie psichiche.
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